Seguendo le orme di Dante

Dante, il genio, il pietra nazionale,  il padre dell’italica lingua, non si considerò mai toscano, tantomeno italiano, ma sempre e soltanto “fiorentino”. E noi potremmo forse resistere alla tentazione di ripercorrere  le sue orme una volta giunti nella sua città? Ovviamente la cosa andrà considerata in senso rigorosamente letterale. Ci addentreremo pertanto nel cuore di Firenze col preciso proposito di calcar coi nostri piedi il suolo che il Sommo Poeta calcò coi suoi. Fisseremo la partenza del nostro giro nella piazza  delle Pallottole, a ridosso del fianco sud del Duomo. Alla vostra destra, troverete un masso con la scritta “I’ vero sasso di Dante”. Qui il Sommo, negli anni che precedettero l’esilio, soleva sedersi  per osservare i lavori della costruzione di Santa Maria del Fiore, allora appena iniziati. Noi però ci lasceremo alle spalle tutto questo fervore costruttivo e ci inoltreremo, imboccando la tortuosa via de’ Bonizzi, nelle cupe stradette dell’ombrose sestiere di poeta San Piero. (Firenze era allora divisa in sei settori, detto appunto “sestieri”.  Dal Trecento essa tornerà a essere ridivisa in “quartieri”). E’ qui infatti che Dante nacque e abitò fino all’età  di trentasei anni quando, partito da Firenze, non vi fece più ritorno. Quest’area, tra le più antiche della città, era ai tempi dell’Alighieri fitta di torri come una selva e presidiata da severi palazzi di pietra squadrata. Molto di questo è rimasto,  molto è stato inglobato nelle costruzioni successive, molto è stato così pesantemente restaurato  che di autentico non presenta più nulla. Ma qui il mito e la leggenda  sono così potenti da rendere vero anche quello che vero non è, come la stessa “casa di Dante” che,  ricostruita agli inizi del XX secolo, è un falso bell’e buono.

Per essere precisi, Dante venne alla luce, sotto il segno dei gemelli, nella parrocchia di San Martino al Vescovo, presso la Badia fiorentina e di fronte alla torre della Castagna, là dove appunto sorgevano le case degli Alighieri. Era il 1265 e la città era i mano ai ghibellini che cinque anni prima avevano schiacciato i guelfi nella celebre battaglia di Montaperti.

La chiesa di San Martino non esiste più. La Badia invece c’è ancora e, da più di mille anni, il 21 dicembre vi si celebra una solenne funzione  in onore di Ugo, marchese di Toscana e figli della contessa Willa che fondò questo antico tempio.

Ira, per raggiungere questi luoghi così familiari a Dante,  vi indicherò il percorso più “efficace”. Da via de’ Bonizzi, dove vi ho lasciati, proseguite lungo la via dell’Oche, con la torre dei Visdomini. Si allunga un po’ la strada, ma il mio scopo è quello di farvi imboccare un bel violetto. Mai farsi sfuggire i vicoli! Soffocati dagli sporti retti dai mensoloni di legno,  coperti da volte e da archetti,  essi sono quanto di più autenticamente medievale di sia conservato in città. Dunque infilatevi nel vicolo del Giglio, che sta alla vostra sinistra  poco prima di via dei Calzaioli. Sbucherete nella suggestiva piazzetta di Santa Elisabetta con la torre della Pagliazza. Svoltate a destra e vi troverete nel Corso.

Quella del Corso è una delle strade fondamentali nel nostro itinerario dantesco, perché proprio qui stava la casa natale di Beatrice Portinari, dove più tardi sorse il palazzo Da Cepparello, al numero civico 6. Le case degli Alighieri erano dunque vicinissime a quelle dei Portinari. Soffermiamoci per un po’ sul Corso, perché qui e nelle zone limitrofe tenevano case, torri e logge anche i Donati e i Cecchi. E queste due potenti famiglie, con Dante ebbero molto a che fare.

Alla fine del Duecento, nuove lotte stavano per mettere fiorentino contro fiorentino: quelle tra guelfi bianchi e guelfi neri. I guelfi bianchi riconoscevano l’autorità imperiale oltre a quella papale ed arano capeggiati da Vieri de’ Cerchi; quelli neri al contrario sostenevano l’esclusiva  sovranità del Papa ed erano capeggiati da Corso Donati. Dante era un guelfo bianco ma, avendo sposato Gemma Donati, era anche imparentato con gli esponenti della fazione avversa. E quando i neri, dopo alterne e complicate vicende, ebbero la meglio grazie all’appoggio del Papa Bonifacio VIII, i bianchi  furono definitivamente cacciati da Firenze. Dante si trovava a Roma a perorare la causa dei suoi allorché  fu raggiunto dal provvedimento di esilio. Il poeta non rivide più la sua amata città, morì a Ravenna nel 1321  e Bonifacio VIII si assicurò un bel posto all’Inferno, nella bolgia dei simoniaci.

Come avrete capito, i Cerchi e i Donati si odiavano e tuttavia erano costretti a  vivere a stretto contatto. Temendo che si arrivasse al punto di abbattere i muri interni di notte per sorprendere i nemici nel sonno, fu deliberato di separare le rispettive proprietà  attraverso un vicoletto, popolarmente soprannominato “dello scandalo”. Tale vicolo, tra via del Corso e via Alighieri, oggi è chiuso da un portone, ma c’è ancora.

Da via del Corso ci porteremo alla “casa di Dante” passando sotto la volta di  via Santa Margherita. In questo antro scuro si nasconde la chiesetta, sottoposta al patronato dei Cerchi, dove si dice Dante incontrò per la prima volta Beatrice.  La leggenda vuole anche che la donna, che ispirò il genio dantesco, sua sepolta qui dentro. Quasi sicuramente così non è, perché è vero che qui stanno le tombe dei Portinari, ma è anche vero che Beatrice era sposata con Simone de’ Bardi per cui non è più plausibile che ella riposo in Santa Croce, dove i Bardi avevano appunto la loro cappella. In ogni caso, sostare in questo luogo così evocativo e immaginassi Dante e Beatrice che di scambiano occhiate fugaci suscita sempre una certa commozione. Dalla chiesa di Santa Margherita dei Cerchi all’abitazione del  Sommo il passo è breve. Una volta raggiuntala,  potrete visitare il museo che vi è stato allestito, ma sopratutto potrete vagare nei dintorni ritrovando nei muri e nelle pietre le tracce della storia che infiammò  Firenze ai tempi dei guelfi neri e dei guelfi bianchi. La zona è inoltre disseminata di numerosi iscrizioni che, riportano versi della Divina Commedia, vi aiuteranno a orientarvi in quest’intricata Firenze dantesca.

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